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Violenza Ostetrica: cosa è e perché non se ne parla

Il “partorire” può avere molte accezioni. Può significare creare o far nascere un’idea, un progetto, e quindi creare con le proprie facoltà intellettuali un qualcosa di nuovo. O semplicemente può significare ciò che c’è di più “semplice” e complicato insieme, che è l’atto di dare vita ad una nuova creatura. In nessuno dei diversi significati, però, il partorire è associato automaticamente ad una pratica negativa. Può essere dolorosa, certo, e faticosa. Coinvolge tutte le diverse sfere del nostro Io, che siano quella fisica, psicologica o intellettuale. Ma è ancora e nonostante tutto, uno dei pochi momenti in cui si dona la vita, e quindi andrebbe trattato con il massimo rispetto e delicatezza possibile.

Ma come molte altre cose, spesso l’idea di come dovrebbe andare e svilupparsi un evento della nostra vita spesso non corrisponde alla realtà. Il mondo del parto infatti, così personale per una donna, può essere infatti rovesciato in una copia fatta di frasi, azioni e comportamenti duri e non professionali. Forse ci sarà anche capitato di sentire le storie di chi ci è passata prima di noi, e avremmo anche pensato a come siamo fortunate adesso a non dover vedere stravolto questo momento. In realtà, come in Italia e così nel mondo, il mondo delle “violenze in sala parto” esiste ancora, e ora ha un nome per indicarle: violenza ostetrica.

Violenza Ostetrica: come riconoscerla

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Il 20 settembre è stata presentata a Roma la prima ricerca nazionale sulla violenza ostetrica, che descrive l’allarmante e nascosto mondo delle violenze in sala parto nel territorio italiano. Dal 2003 sono ben 1 milione– il 21% del totale- le donne che dichiarano di aver subito violenze fisiche, psicologiche e abuso ginecopsichiatrico al momento del parto. Un altro 23 per cento ha risposto di non esserne sicura. La violenza “ostetrica”, nonostante quello che potrebbe far supporre il nome, non viene perpetrata  solo dal personale ostetrico, ma da tutto il team sanitario che presta assistenza alla donna e al neonato (ginecologo, o altre figure professionali di supporto).

Cos’è la violenza ostetrica quindi? La violenza ostetrica fa riferimento non a situazioni in cui gli operatori sanitari agiscono deliberatamente per ferire o abusare, ma a situazioni di normalità e non emergenziali: ha dunque a che fare con l’imposizione spesso standardizzata di cure o pratiche alle donne senza il loro consenso, senza fornire le adeguate informazioni e talvolta contro la volontà di quelle stesse donne.

Le violenze possono presentarsi sotto varie forme:
• abuso fisico diretto,
• abuso verbale,
• procedure mediche coercitive o non acconsentite (inclusa la sterilizzazione),
• mancanza di riservatezza,
• carenza di un consenso realmente informato,
• rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore,
• gravi violazioni della privacy,
• rifiuto di ricezione nelle strutture ospedaliere,
• trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna,
• detenzione delle donne e dei loro bambini nelle strutture dopo la nascita connessa all’impossibilità di pagare.

La storia dimenticata di chi ha combattuto contro le violenze ostetriche

La “violenza in sala parto” cominciò ad essere affrontata ufficialmente a livello mondiale  solamente agli inizi degli anni Duemila, attraverso l’azione e il coraggio di singole donne o di collettivi femministi dei paesi Sudamericani. Si passò velocemente dal termine “abuso di cure” (che non spiegava minimamente la vera violenza dietro a questi fatti) ad una concezione più veritiera, attraverso l’appoggio di molte donne su questo argomento e con la rivalutazione di quelle pratiche mediche che venivano viste come “dolorose ma necessarie”.

D’altra parte in Italia non è necessario arrivare al 2017 per ritrovare tracce di questo argomento: già dal 1972 in poi alcuni collettivi femministi di Ferrara cominciarono a raccogliere testimonianze di donne vittime di queste violenze.

La prima vera ricerca arriva solo nel 2014 dall’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) con “La prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere” . Nel documento si dice che in tutto il mondo molte donne durante il parto in ospedale «fanno esperienza di trattamenti irrispettosi e abusanti», che non solo ledono il diritto delle donne ad un’assistenza medica rispettosa ma ledono il loro diritto alla vita, al’integrità fisica e alla salute.

Il mondo di oggi: ricerche e nuove frontiere per il confronto

Nel 2016 questa storica campagna è stata rilanciata per iniziativa di alcune attiviste e con il sostegno di decine di associazioni, e chiamata come quella degli anni Settanta: “Basta tacere”. In pochi giorni ha raccolto spontaneamente le testimonianze di migliaia di donne che hanno raccontato e descritto le loro esperienze di abusi e maltrattamenti.

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Da questo recente sforzo è nato infine l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica (OVOItalia) con la finalità di raccogliere dati e storie e di rendere visibile un fenomeno poco conosciuto e riconosciuto dalle donne stesse. L’OVO ha condotto un’indagine su un campione di 5 milioni di donne tra i 18 e i 54 anni con almeno un figlio sotto i 14 anni, descrivendo come il 41% delle donne (quindi 4/10) ha affermato di aver subito pratiche invasive e non concordate preventivamente. Tra queste va ricordata una delle pratiche che l’OMS ha descritto come una delle « più dannose, tranne in rari casi», l’ episiotomia subita da oltre la metà (54 per cento) delle donne intervistate.

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La violenza ostetrica è quindi un argomento che anche in Italia si sta concretamente iniziando ad affrontare. Tanto  da essere stato proposto come tema centrale di una possibile proposta di legge nel maggio 2016: “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”, a prima firma di Adriano Zaccagnini (Mdp). Al centro della proposta, rispetto dei diritti della donna, ritenendola soggetto di cure e non oggetto passivo di trattamenti, anche a fronte di quello che è stato un aumento spropositato e ingiustificato dei tagli cesarei, pericolosi sia per i bambini che per le madri.

È però quasi ripetitivo, ma necessario, sottolineare come si dovrebbe lottare prima di tutto contro la causa principale di questi tipi di maltrattamenti. Quello che era la degradazione della donna come essere umano, vista come essere intellettualmente e fisicamente meno forte e importante. Questo persino in uno degli atti più delicati della dimensione femminile, in cui ne viene minata la libertà di scelta e la di vita. Adesso la prima arma contro queste violenze è sicuramente il dialogo. Esistono associazioni, collettivi e luoghi in cui queste violenze vengono affrontate per quello che sono, e dove c’è libertà di denunciare atti non giusti. Senza vergogna o paura, partorire non è un dovere della donna, ma deve esserci comunque il diritto per ognuna di farlo in un luogo protetto e sicuro dove vengono rispettati i propri limiti e le proprie preferenze.

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