Albero Madre Latina

Albero Madre è uno spazio interamente dedicato a chi non ha. Un ambiente dove le professionalità incontrano i bisogni, accendendo una speranza nel cuore delle persone.

Il buio dopo…

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Roma, 1 ottobre 2016 – Quante volte ci siamo commossi davanti a storie dense di dolore, davanti a catastrofi che hanno ingoiato futuri e presenti, davanti ai bambini violati e gettati giù dalle finestre di un palazzo, quasi fossero bambole di pezza, dei piccoli mutilati dalla guerra o spiaggiati come pesci umani deposti dal mare?!

Eppure è un attimo, la necessità di cristallizzare pena e partecipazione e poi si volta pagina, riconquistando il pensiero messo in crisi dall’immagine. Le voci verso i migranti di “tornate a casa vostra” silenziate dalla foto di Aylan, quel bambino caduto dal nido della mamma e cullato dalla pietà delle onde, quello che ha fatto versare migliaia di lacrime asciugate dall’intolleranza e dai luoghi comuni. E poi il tempo ha ridato voce agli afoni e l’uomo nero è tornato il nemico di sempre. Questa è la realtà.

L’indignazione ha un tempo testato oltre il quale la vittima rimane vittima e il carnefice muta pelle e si restituisce alla società disposta a perdonarlo perché ha sbagliato. E parliamo di Francesca, nome di fantasia, accarezzata troppo da vicino da un parente, non creduta dalla famiglia impegnata a consolidare quei legami costruiti anche per l’esterno. Poi l’evidenza dei fatti e il malcelato morboso interesse ha fatto il resto. Un processo e una condanna che ha permesso al carnefice di restare fuori. Ma a Francesca rimangono quei graffi infetti nella mente, quel pus di gesti che le frenato l’adolescenza. La paura di ricevere ancora carezze troppo lente, parole sussurrate e quel buio che lava la coscienza perché se si spengono gli occhi forse sparisce l’orco. Così Francesca ha cambiato città, ha lasciato affetti e ricordi sereni e si è trasferita, ma non ha dimenticato perché non ci riesce.

Le sedute dalla psicoterapeuta lunghe, dolorose, cariche di angoscia e dubbi “Perché quella bambina non ha parlato prima?“. Una domanda subita anche nel processo, come se una piccola di sette anni, da sola, fosse in grado di sfidare il mondo degli adulti abusanti. Ma è difficile non darsi colpe perché quel malessere è profondo, viene da dentro, da secoli di leggi fatte dagli uomini per difendere gli uomini, dove la donna deve dire no e l’uomo si. Dove il no ha un suono duplice. Francesca a distanza di anni trasporta un fardello di ansia, delusione, mai cancellata da una condanna, mentre il carnefice è rimasto nella stessa città, perdonato dalla moglie convinta infine che forse quella bambina tanto innocente non era e dai figli perché papà può anche avere fatto delle considerazioni sbagliate.

La vittima rimane vittima perché la società pensa al recupero del carnefice, alla giustizia riparativa dove chi ha subito deve prestarsi a riabilitare l’abusante. Non è previsto un percorso risarcitorio, se non in via incidentale. Eppure, verso i partecipanti a cosche criminali la carte vincente è l’aggressione dei beni. Se la giustizia vuol essere riparativa vada oltre, preveda un percorso economico dove accanto al perdono si traducano i gesti in risarcimenti- perché il dolore ha un costo alto sopportato solo da chi ha subito – anche per coloro che sono senza lavoro ma possono impegnarsi nei lavori di pubblica utilità (se non sono occupati è possibile) destinando d’ufficio il 90% del loro salario alla vittima sino a coprire una somma preventivamente fissata (perché questo non è certo un modo di procacciare loro il lavoro). E se lavorano o hanno case imparino a fare altrettanto.

Gli strumenti ci sono, ma è necessario valutare tutti i protagonisti del dramma e distinguere compiti e ruoli, quindi va bene il recupero di chi ha sbagliato ma solo considerando prevalente l’interesse di chi ha subito. Cosa che oggi non accade.

Maria Belli

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