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Soffro, quindi esisto …

autolesionismo

In Italia il fenomeno dell’autolesionismo è in aumento

In Italia circa 200.000 minori praticano autolesionismo e il 90% di loro ha un’età compresa  tra i 13 e i 16 anni. Solo il 15% di loro chiede aiuto e questo vuol dire che ci troviamo di fronte ad un problema sociale che troppo spesso sfugge al controllo.

Autolesionismo significa causare in modo intenzionale e ripetitivo un danno al proprio corpo, procurandosi ad esempio tagli (cutting), bruciature (burning), lividi, escoriazioni. L’obiettivo non è uccidersi, ma trovare sollievo da una sofferenza emotiva. Tagli, bruciature e quant’ altro mascherano emozioni negative troppo intense da sopportare, soprattutto la rabbia, la tristezza, la solitudine, o pensieri negativi riguardo se stessi, ad esempio il considerarsi dei buoni a nulla. Così, il dolore per essersi tagliato le braccia con una lametta prende il posto della rabbia verso una persona che si ama e a cui non si riesce a dire quello che si vorrebbe o del disprezzo verso se stessi perché la reazione dinanzi a una certa situazione è stata inadeguata. È come uno stop che dà sollievo, almeno per un po’.

Non c’è un’unica spiegazione a questo che per molti può sembrare un folle comportamento: se alcuni ragazzi e ragazze lo fanno, è per controllare e interrompere, in modo indiretto, un dolore mentale troppo forte, un’angoscia troppo intensa e insostenibile. Preferiscono il dolore fisico al dolore mentale: le ferite inflitte al corpo sono un mezzo estremo con cui lottare contro la sofferenza psicologica.

Per altri adolescenti tagliarsi è un modo per percepire di esistere ed essere vivi: meglio un dolore fisico che non sentire niente o sentirsi vuoti e inutili.

Tagliarsi dà l’illusione di un sollievo, a volte addirittura euforia, come se dai tagli fuoriuscissero finalmente le emozioni che non si riescono a tollerare dentro di sé: la disperazione, la tristezza, il sentirsi rifiutati, la solitudine e soprattutto la rabbia verso qualcun altro da cui si sente di dipendere e che si teme si allontani. È una rabbia che diventa odio contro se stessi e la propria incapacità nel gestire una data situazione.

Con il tagliarsi, l’adolescente cerca una disperata via d’uscita dalla fatica per lui insostenibile della crescita, dal senso di fallimento per il non sentirsi in grado di farcela a diventare grande.

L’adolescente tenta così di affermare se stesso, utilizzando l’unica cosa su cui gli sembra di potere esercitare un controllo: il suo corpo.

Reagire con disgusto, colpevolizzare, liquidare questi comportamenti di cutting, burning e branding come ragazzate o ridurli alla  mera richiesta di attenzione non serve a molto.

Sono gesti che racchiudono una profonda sofferenza e che concedono a chi li attua una tregua, la parvenza di un conforto, una forma di autoaiuto che va innanzitutto rispettata: per quanto possa apparire assurdo, questo è il miglior modo che la persona ha sinora trovato per padroneggiare i suoi problemi e continuare a vivere. Probabilmente non ne è affatto fiera, anzi se ne vergogna e pensa che nessuno possa capire cosa prova.

Se si vuole aiutare un amico o un figlio che si taglia o si fa del male in altro modo, il punto di partenza è non giudicare e offrire sostegno. Offrire sostegno vuol dire evitare ultimatum, punizioni o minacce: se fosse stato facile, la persona avrebbe già smesso. Offrire sostegno significa aiutarla a riconoscere le emozioni e a gestirle in modo diverso che con i tagli, incoraggiarla a capire a che le serve tagliarsi e a individuare strade più sane per esprimere i suoi stati d’animo. Tutto questo non è facile e rivolgersi a un esperto è il più delle volte la cosa più sensata.

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